Nel 2024 le grandi aziende tecnologiche hanno speso oltre 200 miliardi di dollari per costruire server, data center e infrastrutture legate all’intelligenza artificiale. Per il 2025 e 2026 si parla di 500-600 miliardi all’anno. Sono cifre che non hanno precedenti nella storia economica. Eppure, secondo le stime citate dagli analisti di Bain, meno del 20% delle aziende nel mondo usa davvero questi strumenti. Tradotto: quattro aziende su cinque non stanno ancora usando quello che si sta costruendo. È come costruire migliaia di chilometri di autostrada prima ancora di sapere quante macchine ci passeranno sopra.
E la domanda che dovreste farvi è questa: se i clienti che devono pagare per tutto questo non arrivano nei tempi previsti, chi ci rimette? Probabilmente chi ha messo i propri risparmi in questo settore. In questo video vedremo tre cose. Prima di tutto scopriremo dove stanno andando davvero questi miliardi, perché c’è un meccanismo che pochi conoscono e che potrebbe trasformarsi in una bolla capace di far perdere anni di risparmi a chi è nel posto sbagliato. Poi guarderemo cosa è successo ogni volta nella storia in cui ci siamo trovati in una situazione simile, con dati precisi su quanto hanno perso gli investitori e quanto hanno aspettato per recuperare.
E infine capiremo cosa fare concretamente se hai un portafoglio oggi, per sapere se sei esposto a questo rischio senza saperlo. Ma per capire il pericolo reale, dobbiamo partire da come funziona il sistema finanziario che alimenta il boom dell’AI. Quando si parla di AI e investimenti, le persone tendono a fare uno di questi due errori. Il primo: “l’AI è una bolla, non ci metto un euro.” Chi ha ragionato così dal 2022 ad oggi ha perso uno dei movimenti di mercato più importanti degli ultimi trent’anni. Dal lancio di ChatGPT a oggi, i sette maggiori titoli tecnologici hanno generato il 75% dei rendimenti totali dell’S&P 500.
Stare fuori per paura ha un costo reale, anche quello. Il secondo errore è il contrario: “i numeri sono ottimi, compro e non ci penso più.” Questo è pericoloso perché ignora una domanda semplice ma fondamentale. Chi sta pagando davvero per questi ricavi record? Sono clienti reali, aziende normali che usano l’AI per il loro business? Oppure i soldi girano principalmente tra le stesse grandi aziende tecnologiche? La risposta, come vedremo adesso, è meno rassicurante di quanto sembri. Il primo aspetto che dobbiamo capire è dove vanno davvero questi investimenti.
OpenAI, l’azienda che ha creato ChatGPT, ha impegnato quasi un trilione di dollari in infrastrutture per i prossimi cinque anni. Per farlo, ha firmato un contratto da 38 miliardi di dollari con Amazon per usare i suoi server. Amazon usa quei soldi per costruire data center sempre più grandi, tra cui 10 miliardi di dollari solo nello stato dell’Ohio. Per costruire quei data center servono chip specializzati, che arrivano da Nvidia. Nvidia li vende anche a Google, Meta e Microsoft, che a loro volta finanziano nuovi progetti AI, che comprano di nuovo server, che generano nuovi ricavi per Amazon, e si ricomincia.
Il risultato è un circuito chiuso dove i soldi girano tra le stesse aziende e producono ricavi che sembrano enormi. Tradotto: è come se un gruppo di amici si prestasse soldi a vicenda e ognuno dichiarasse di aver incassato. I numeri crescono, ma la ricchezza reale che entra dall’esterno è molta meno di quello che appare. Studi recenti indicano che oltre il 40% dei ricavi del settore AI proviene da transazioni tra queste stesse aziende. Più del 60% della spesa cloud legata all’AI viene dalle grandi tech stesse, non da imprese normali che usano questi strumenti per il proprio lavoro.
Un sistema che si autoalimenta, prima o poi, deve fare i conti con la realtà. Il secondo aspetto è quello che manca quasi sempre nel dibattito sull’AI. Guardate questo dato. Secondo le stime degli analisti di Bain, meno del 20% delle aziende nel mondo usa l’intelligenza artificiale in modo intensivo. Tradotto: quattro aziende su cinque, nel mondo, non stanno ancora usando questi strumenti per il loro business quotidiano. Il dentista sotto casa, l’impresa edile, il negozio di abbigliamento, lo studio commercialista, la stragrande maggioranza delle aziende reali non ha ancora integrato questi strumenti.
Eppure, le valutazioni di mercato assumono che questo cambi in tempi rapidissimi. Bain stima che per giustificare gli investimenti già annunciati servirebbero 2.000 miliardi di dollari di nuovi ricavi. Tradotto: un importo pari al 7% dell’intero PIL degli Stati Uniti deve essere generato da zero. OpenAI dovrebbe passare da 12 miliardi di ricavi nel 2025 a oltre un trilione entro il 2030. Significa crescere 85 volte in cinque anni. Non esiste un precedente simile nella storia economica moderna.
Questo può succedere? Forse. Ma chi compra oggi sta pagando un prezzo che assume che succeda, con certezza, nei tempi previsti. E la storia ci dice che quando si è già ragionato così, le cose non sono andate bene per chi ha investito. Il terzo aspetto è quello che la storia ci insegna su momenti simili a questo. Oggi il 36% dell’S&P 500 è concentrato in soli sette titoli tecnologici. Tradotto: chi investe in un fondo o ETF che replica questo indice, pensando di essere diversificato su centinaia di aziende, in realtà ha oltre un terzo del proprio capitale esposto alle sorti di sette aziende.
Su un portafoglio da 300.000 euro, parliamo di oltre 100.000 euro che dipendono da come andrà questo settore. È il livello di concentrazione più alto dal 1927. Nella storia abbiamo già visto questa situazione. Nel 2000, Nortel Networks, un’azienda canadese che costruiva reti in fibra ottica, era arrivata a rappresentare il 36% dell’intero indice azionario canadese. Era un’azienda reale, con prodotti reali. Quando le aspettative di crescita non si sono materializzate, l’indice canadese ha perso il 43% del suo valore tra settembre 2000 e settembre 2002.
Il Nasdaq americano ha fatto ancora peggio. Ha toccato il picco il 10 marzo 2000 a quota 5.132 punti. Per tornare a quei livelli ci sono voluti fino ad aprile 2015. Quindici anni. Internet ha cambiato il mondo, nessuno lo nega. Se avete dubbi o domande su come gestire al meglio il vostro debito o costruire il vostro patrimonio, siamo sempre qui per aiutarvi.
