Era il 16 marzo 2020.
Il mondo aveva appena scoperto che il Covid non era un solo problema che riguardava una pandemia Ma era anche un problema di mercati. In cinque settimane, uno degli indici più importanti del mondo, l’S&P 500, che raggruppa le 500 aziende più grandi degli Stati Uniti, perde il 34%. Per capire cosa significa: ogni 100.000 euro investiti, 34.000 spariscono in poco più di un mese.
Il VIX, che è l’indice che misura la paura dei mercati finanziari, cioè quanto gli investitori professionali si aspettano che i mercati oscillino violentemente nei trenta giorni successivi, tocca 82 punti. Il livello più alto mai registrato nella storia. Più alto del 2008. Più alto di qualsiasi altra crisi mai misurata. E in quel momento, gli investitori italiani fanno tutti la stessa cosa: vendono.
Assogestioni, l’associazione che raccoglie e pubblica i dati ufficiali su tutti i fondi di investimento italiani, certifica che solo a marzo 2020 escono oltre 12 miliardi di euro dai fondi aperti italiani. Tradotto: decine di migliaia di persone, nello stesso momento, premono il pulsante di vendita e ritirano i propri risparmi per evitare altre perdite! Tutto solo per paura di perdere tutto! Nel momento esatto in cui il mercato toccava il minimo. Dodici mesi dopo, l’S&P 500 è risalito del 74% da quel minimo.
Chi aveva venduto non ha recuperato niente. Chi era rimasto investito aveva già guadagnato più che in qualsiasi altro periodo degli ultimi vent’anni. Stesse informazioni. Stesso mercato. Risultati completamente opposti. La differenza non era la competenza. Al contrario era un meccanismo automatico che il cervello umano attiva in certi momenti, un meccanismo che produce le stesse decisioni sbagliate, negli stessi momenti, in modo prevedibile. E in questo video vedremo il perché il cervello umano può farci fare scelte disastrose se non sappiamo come controllarlo Vedremo perché il cervello umano, anche quello di un investitore esperto, prende sistematicamente le decisioni peggiori nei momenti peggiori?
Vi mostrerò quanto costa davvero questo meccanismo, in euro concreti, su un portafoglio reale. E cosa fare per non lasciare che le emozioni facciano crollare il vostro portafoglio, peggiorando la situazione! La risposta alla terza domanda è quella che cambia tutto. Ma per arrivarci dobbiamo prima capire da dove vengono questi meccanismi. E la risposta è più scomoda di quanto sembri.
La cosa che abbiamo visto ripetersi, crisi dopo crisi, è sempre la stessa. Non sono i mercati a distruggere i patrimoni. Sono le decisioni prese di pancia nei momenti di paura. Se ci pensi, il cervello umano si è evoluto per sopravvivere. Non per investire. Le strutture cognitive che ci proteggevano dai predatori decine di migliaia di anni fa sono le stesse che oggi reagiscono ai grafici di borsa. Quando il portafoglio scende, il cervello avverte il pericolo di perdere tutto. Esattamente come avrebbe letto il rumore di un predatore nel buio. Quindi la prima cosa che vi può venire in mente è fuggire. Il problema è che nel contesto degli investimenti, fuggire è quasi sempre la scelta più costosa che puoi fare.
E questo non è un problema di intelligenza. Questi meccanismi colpiscono economisti, gestori di fondi professionisti, accademici. Li colpiscono perché sono automatici, scattano prima che il ragionamento consapevole abbia il tempo di intervenire. Il primo meccanismo si chiama avversione alla perdita. Kahneman e Tversky lo hanno dimostrato matematicamente nel 1979: il dolore psicologico di perdere 100 euro è da una volta e mezza a due volte e mezza più intenso del piacere di guadagnarne 100. Non è una sensazione. È una risposta neurologica misurabile, che si replica in ogni popolazione studiata.
Nella pratica, questo produce due comportamenti Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002, ha dedicato decenni a documentare esattamente questi meccanismi. La sua conclusione: non puoi eliminarli. Ma capirai, alla fine di questo video, cosa puoi fare invece. Vediamo i tre più costosi. Primo: si vende troppo presto quando si guadagna, per assicurarsi il profitto prima che sparisca. Secondo: si tiene troppo a lungo quando si perde, sperando nel recupero per non dover guardare in faccia la perdita.Questo comportamento ha un nome: Disposition Effect, documentato da Terrance Odean nel 1998 analizzando migliaia di portafogli reali.
Il risultato è sempre lo stesso: si cristallizzano le perdite e si tagliano i guadagni prima del tempo. Il costo reale lo misura il Report DALBAR, che ogni anno analizza il comportamento degli investitori americani su vent’anni di mercati. L’S&P 500 in quel periodo ha reso mediamente il 9,5% annuo. L’investitore medio ha preso il 6,5%. Tre punti percentuali di differenza, ogni anno, per vent’anni. Su un portafoglio da 300.000 euro, quella differenza non è una cifra astratta. Sono oltre 200.000 euro che non entreranno mai nel suo conto.
Non perché abbia scelto strumenti sbagliati. Perché ha comprato e venduto nei momenti sbagliati, guidato da questo meccanismo. Torniamo al 16 marzo 2020. Il Covid paralizza il mondo. Il portafoglio scende del 25%. L’avversione alla perdita spinge a vendere, per smettere di vedere quel numero rosso, per fare qualcosa, per avere la sensazione di controllare la situazione. Chi vende in quel momento trasforma una perdita temporanea in una perdita definitiva. Chi invece aveva già un piano, con regole stabilite prima che il mercato crollasse, non ha dovuto decidere nulla in quel momento. Le regole decidevano per lui. Dodici mesi dopo era al +74%.
Il secondo meccanismo si chiama effetto gregge. È la tendenza a seguire le scelte della maggioranza indipendentemente dalla loro logica. Ha senso evolutivo perfetto: se tutti scappano nella savana, qualcosa di pericoloso sta arrivando, e seguire il gruppo aumentava le probabilità di sopravvivenza. Applicato ai mercati finanziari produce però il comportamento opposto a quello che converrebbe. Si compra quando tutti comprano, cioè quando i prezzi sono già ai massimi. Si vende quando tutti vendono, cioè quando i prezzi sono già ai minimi e le perdite sono già avvenute.
Il Report Morningstar “Mind the Gap” misura ogni anno la differenza tra il rendimento ufficiale di un fondo e il rendimento che l’investitore ha effettivamente incassato. Questi due numeri non coincidono mai. Perché l’investitore entra nel fondo quando va di moda, cioè quando è già salito molto, e esce quando fa paura, cioè quando è già sceso. Tradotto: compra caro e vende a sconto, ogni volta. Il gap medio negli ultimi dieci anni: quasi due punti percentuali all’anno. Nei fondi tematici, quelli sull’intelligenza artificiale o sulle criptovalute, il gap è ancora più alto, perché il piccolo investitore ci entra sempre quando i media ha o già iniziato a parlarne.
Pensate al Bitcoin nel 2021. Pensate ai titoli AI nel 2023 e nel 2024. In entrambi i casi la massa è entrata quando ogni telegiornale ne parlava, quando i colleghi ne parlavano, quando il cugino a Natale ne parlava. Cioè esattamente nel momento in cui chi aveva comprato anni prima stava già alleggerendo le posizioni e raccogliendo i profitti. Robert Shiller, premio Nobel per l’economia, ha documentato questo meccanismo nel suo libro Irrational Exuberance: non sono i dati economici a guidare le bolle finanziarie, è il contagio psicologico. Chi non aveva un piano si è fatto trascinare dal rumore e ha comprato ai massimi. Chi aveva un metodo non ha cambiato nulla.
Il terzo meccanismo è il più insidioso perché non si vede. Si chiama bias di conferma. È la tendenza a cercare, notare e ricordare solo le informazioni che confermano quello che già pensiamo, ignorando automaticamente tutto il resto. Se sei convinto che un investimento sia buono, noti le notizie positive e scivoli su quelle negative come se non esistessero. Se sei convinto che il mercato stia per crollare, ogni dato negativo sembra una conferma, anche quando i dati positivi sono più numerosi, più recenti e più rilevanti.
Il meccanismo si autoalimenta: più cerchi conferme, più le trovi, e più le trovi più sei convinto di avere ragione. Benartzi e Thaler hanno dimostrato nel 1995 sul Quarterly Journal of Economics che la combinazione tra avversione alla perdita e controllo frequente del portafoglio è particolarmente distruttiva. Chi apre l’app della banca ogni giorno vede solo oscillazioni, e ogni oscillazione verso il basso viene vissuta come un dolore reale, fisico, immediato. Il risultato: più spesso guardi il portafoglio, più spesso sei tentato di fare qualcosa per fermare quel dolore. E fare qualcosa, in quel contesto, quasi sempre significa vendere.
Detto in modo concreto: se hai deciso che un investimento è sbagliato, ogni giorno in cui scende ti sembra la conferma che avevi ragione, e ogni giorno in cui sale ti sembra solo un’eccezione temporanea. Non cambi mai idea, anche quando i dati dicono chiaramente che dovresti. Chi invece ha un piano scritto guarda i dati a cadenza stabilita, non ogni giorno, e valuta su orizzonti lunghi, non sull’oscillazione dell’ultima settimana. Chi sopravvive alle tempeste di mercato senza ragionare di pancia, non è diverso dagli altri. Ha un sistema. Un metodo costruito prima che il mercato si muova, quando si ragiona lucidamente, non quando si è nel mezzo del panico.
Quando investi con un metodo e una strategia, l’emotività non può più guidare le tue scelte. Perché non c’è nessuna scelta da fare in quel momento. Esiste già un piano. E quel piano vale, sui numeri che abbiamo visto oggi, centinaia di migliaia di euro nel tempo. Se anche voi volete capire come gestire al meglio il vostro patrimonio senza rischiare di cadere in questi meccanismi, potete richiedere una consulenza gratuita cliccando sul link qui sotto. Analizzeremo insieme la vostra situazione e costruiremo un metodo su misura per voi.
