Quando smetterete di lavorare, la vostra pensione vi basterà davvero per vivere in serenità? O vi ritroverete con un reddito pensionistico sensibilmente inferiore a quello a cui eravate abituati, dopo una vita intera di contributi? Tutti guardiamo con interesse al momento della pensione, ma spesso trascuriamo l’altra faccia della medaglia. Nel passaggio al pensionamento, il vostro reddito disponibile può ridursi di quasi un terzo.
Proprio nel momento in cui termina la fase lavorativa e inizia quella pensionistica. E per le generazioni più giovani il divario può essere ancora più significativo…
L’età di accesso alla pensione continua progressivamente a salire, e questo aspetto viene spesso sottovalutato.
Ma dovete sapere che c’è un modo del tutto legale per smettere di lavorare fino a 5 anni prima…
Oggi vi mostreremo come funziona e quale capitale previdenziale può essere necessario per permettervelo. Infatti in questo video vedremo a che età andrete davvero in pensione e quale potrà essere il vostro reddito pensionistico netto rispetto all’ultimo stipendio. Capiremo poi come funziona la RITA (mettere a video Rendita Integrativa Temporanea Anticipata), uno strumento ancora poco conosciuto che può consentire di anticipare l’uscita dal lavoro anche di 5 anni. E alla fine vi diremo cosa fare, e da quando, per potervela permettere davvero.
Oggi, per la pensione di vecchiaia, servono 67 anni. Ma attenzione perché questa età non è fissa, lasciate che vi spieghi… Funziona così: lo Stato ha legato l’età della pensione a quanto viviamo in media. Il ragionamento, dal suo punto di vista, è semplice. Se gli italiani vivono più a lungo, resteranno in pensione più anni. Per questo il sistema adegua progressivamente il requisito anagrafico, con l’obiettivo di mantenere sostenibile l’equilibrio previdenziale.
In pratica ogni due anni l’ISTAT misura quanto viviamo. Se viviamo di più, l’età della pensione sale di qualche mese. In automatico. Il prossimo ricalcolo è già fissato: dal 2027 non basteranno più 67 anni, ma 67 e 3 mesi. A prima vista l’incremento può sembrare contenuto. Ma questi mesi si sommano progressivamente nel tempo. Che cosa significa, per esempio, per chi oggi ha 40 anni?
Significa che l’accesso alla pensione potrebbe collocarsi oltre i 67 anni. Ed è proprio qui che entra in gioco un’altra possibilità. Esiste infatti anche una modalità di accesso anticipato, comunemente definita “pensione anticipata”. In questo caso, nei limiti previsti dalla normativa, il requisito anagrafico passa in secondo piano e diventa centrale la storia contributiva. Conta soprattutto per quanti anni avete versato i contributi. Il meccanismo è semplice: se avete maturato una contribuzione sufficiente, potete accedere prima alla pensione senza attendere il requisito ordinario di vecchiaia.
E “abbastanza a lungo”, oggi, vuol dire circa 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, e 41 e 10 per le donne. Facciamo un esempio. Chi ha iniziato a lavorare a 20 anni e ha versato contributi con continuità può raggiungere il requisito contributivo intorno ai 62 anni, accedendo così alla pensione anticipata diversi anni prima.
Il punto è che oggi molte carriere non iniziano a 20 anni e non proseguono senza interruzioni per oltre quarant’anni. Tra studio, periodi di disoccupazione, transizioni professionali e lavoro autonomo discontinuo, gli anni contributivi pieni possono ridursi. Per molte persone, quindi, questa strada da sola può non essere sufficiente. Tenetelo a mente, perché è proprio da qui che nasce la soluzione di cui vi parliamo tra poco.
Adesso sappiamo a che età si può uscire: 67 anni, con possibili adeguamenti futuri. Oppure prima, ma solo con una carriera contributiva particolarmente lunga. Conoscere quando potrete smettere di lavorare, però, non basta se non sapete quale reddito avrete a disposizione. Ed è la domanda che, arrivati qui, viene naturale: quale sarà davvero la mia pensione rispetto al reddito che percepisco oggi?
Oggi la pensione si calcola sull’intera vita lavorativa. Conta quanto avete versato nel corso degli anni, non soltanto il reddito percepito nell’ultima fase professionale. Nelle prime fasi della carriera il reddito è spesso inferiore e, di conseguenza, anche la contribuzione è più contenuta. Per questo il reddito pensionistico tende a essere inferiore all’ultimo stipendio. Secondo le proiezioni della Ragioneria dello Stato, nel 2020 un dipendente andava in pensione con circa l’81% dell’ultimo stipendio.
E questa percentuale, nelle proiezioni, tende a ridursi nel tempo. Chi va in pensione nel 2040 si ferma intorno al 68%. E chi ha vent’anni oggi arriverà sotto il 67%. Per gli autonomi il tasso di sostituzione può essere ancora più contenuto, perché in molti casi la contribuzione è inferiore e la pensione può avvicinarsi alla metà dell’ultimo reddito.
Facciamo un esempio numerico. Con un ultimo stipendio netto di 2.000 euro al mese e un tasso di sostituzione del 67%, il reddito pensionistico si collocherebbe intorno a 1.340 euro. Parliamo di quasi 700 euro al mese di differenza. Circa 8.000 euro l’anno e, su vent’anni di pensione, oltre 150.000 euro di differenza complessiva.
Ecco perché, per molti, la pensione pubblica da sola può non essere sufficiente a mantenere lo stesso tenore di vita. Ma questo scenario non è inevitabile. Può essere gestito con una pianificazione previdenziale costruita per tempo. Perché esiste uno strumento, previsto dalla legge, pensato proprio per anticipare l’uscita dal lavoro attraverso il patrimonio previdenziale accumulato.
Fino a 5 anni prima rispetto alla pensione di vecchiaia. È ancora poco conosciuto. E adesso vi mostro, passo passo, come funziona. Lo strumento si chiama RITA. Rendita Integrativa Temporanea Anticipata.
In termini semplici, è un ponte previdenziale. Un ponte che collega gli ultimi anni prima dell’uscita dal lavoro con la pensione di vecchiaia. Funziona così. Quando vi mancano meno di 5 anni alla pensione di vecchiaia, potete smettere di lavorare. E iniziare subito a ricevere una rendita, invece di aspettare. Cinque anni pieni di anticipo. E se siete disoccupati da oltre 24 mesi, si arriva fino a 10.
Provate a pensare cosa rappresentano 5 anni: più tempo personale e maggiore libertà in una fase della vita in cui si è ancora pienamente attivi. Ma attenzione. Qui c’è il passaggio essenziale. Quali requisiti servono per attivarla? Serve innanzitutto aver aderito per tempo a un fondo pensione. La RITA non esce dalla pensione pubblica. La RITA utilizza infatti il capitale previdenziale che avete accumulato nel fondo pensione, anno dopo anno.
Le condizioni sono tre. Aver smesso di lavorare. Almeno 20 anni di contributi all’INPS. E almeno 5 anni di iscrizione a un fondo pensione.
Ecco perché è importante aderire per tempo. I 5 anni di iscrizione rappresentano un requisito essenziale. E c’è un ulteriore vantaggio rilevante: il trattamento fiscale. Facciamo un passo indietro, così il meccanismo è chiaro fino in fondo. Di norma, sui redditi percepiti — come stipendio e pensione — si applica l’imposizione ordinaria sul reddito, con aliquote che partono dal 23% e crescono al crescere del reddito. Con la RITA si applica invece un regime fiscale dedicato e generalmente più favorevole, che parte dal 15%.
E c’è di più. Quel 15% non è fisso: con l’aumentare degli anni di partecipazione al fondo pensione, l’aliquota si riduce progressivamente fino ad arrivare al 9%. Confrontate questi due livelli di tassazione: reddito ordinario dal 23% in su; RITA dal 15% fino al 9%. Facciamo un esempio numerico.
Su 10.000 euro erogati, con la tassazione ordinaria l’imposta può essere almeno 2.300 euro. Con la RITA, 1.500 euro, fino a scendere a 900 euro nei casi di maggiore anzianità di partecipazione. Questo può significare fino a 1.400 euro in più di disponibilità netta ogni 10.000 euro erogati. E non una sola volta: per ogni anno in cui percepite la RITA.
La differenza può essere significativa. Da una parte c’è chi attende il requisito ordinario di vecchiaia. Dall’altra c’è chi ha pianificato per tempo e può disporre di maggiore libertà personale alcuni anni prima. Ma resta la domanda più importante: quale impegno finanziario serve, davvero, per prepararsi a questo obiettivo? La risposta è spesso più sostenibile di quanto si immagini.
Quindi, cosa conviene fare? E soprattutto, da quando? La risposta è semplice: iniziare il prima possibile. Chi parte presto può raggiungere lo stesso obiettivo con un impegno periodico più contenuto, perché ha un alleato che chi inizia tardi non può recuperare: il tempo. Il capitale che accantonate ogni mese può generare rendimento. E l’anno successivo, anche quel rendimento può contribuire a produrre nuovo rendimento.
È l’effetto della capitalizzazione composta: parte lentamente, quasi senza farsi notare, ma su orizzonti lunghi può diventare estremamente rilevante. Facciamo un esempio concreto. Immaginate due persone che versano entrambe 200 euro al mese in un fondo pensione. La prima inizia a 30 anni. La seconda aspetta fino a 45. Ipotizzando un rendimento medio del 6% annuo, la prima, dopo 37 anni, arriverebbe a circa 314.000 euro.
La seconda, dopo poco più di 20 anni, arriverebbe a circa 107.000 euro. E attenzione: non perché la prima abbia versato chissà quanto. Ha semplicemente avuto più tempo per far lavorare il capitale. Non è necessariamente un importo elevato versato ogni mese a fare la differenza.
È la combinazione tra costanza e tempo. Accantonare una somma sostenibile fin dai primi anni di lavoro può avere un impatto limitato sul bilancio corrente, ma diventare molto rilevante nel lungo periodo. E quella quota, investita con costanza per decenni, può trasformarsi in un capitale previdenziale significativo. Che, un domani, può darvi qualcosa che vale molto più del semplice capitale: la libertà di scegliere.
Scegliere se continuare a lavorare. Scegliere quando smettere. E soprattutto, scegliere perché volete farlo, non perché siete costretti a farlo E vale anche se avete figli piccoli o un reddito non particolarmente elevato. L’elemento decisivo è iniziare per tempo.
Tiriamo le fila. La pensione non è una data fissa. E con la RITA potete anticiparla anche di 5 anni. Ma tutto regge a una condizione: che nel frattempo quel capitale cresca nel modo corretto, evitando rischi non coerenti proprio quando il traguardo si avvicina. E se volete capire a che punto siete davvero con la vostra pensione, contattateci per richiedere un’analisi previdenziale gratuita con noi.
Vi mostriamo, numeri alla mano, a che età potreste accedere alla pensione e con quale livello di reddito previdenziale.
