C’è una parte dell’economia globale che, per decenni, è rimasta fuori dalla portata della maggior parte degli investitori. Non perché fosse marginale. Al contrario. È proprio lì che si trova una quota enorme delle aziende che crescono, innovano, assumono, si espandono e generano valore prima ancora di arrivare eventualmente in borsa. Parliamo dei mercati privati. E, in particolare, del private equity. Per anni questo universo è stato accessibile soprattutto a investitori istituzionali, fondi pensione, fondazioni, family office e grandi patrimoni.
Non necessariamente all’investitore privato. Il motivo è semplice. Servivano competenze, capitale, orizzonte temporale e soprattutto la capacità di vincolare una parte del patrimonio per molti anni. Oggi però qualcosa è cambiato. Negli ultimi anni la normativa europea ha aperto nuove possibilità di accesso a strumenti collegati ai mercati privati, rendendoli più vicini anche a una platea più ampia di investitori. E quando una porta che per decenni è stata quasi chiusa comincia ad aprirsi, la domanda diventa inevitabile. Ha senso entrarci? E soprattutto: a quali condizioni?
In questo video vedremo tre cose. Vedremo innanzitutto che cosa sono davvero private equity e mercati privati, e perché non sono semplicemente una versione più esclusiva della borsa. Poi capiremo perché per anni sono rimasti riservati a pochi investitori, quali vincoli avevano e che cosa è cambiato con le nuove soluzioni europee. E infine vedremo, numeri alla mano, quali opportunità possono offrire, ma anche quali rischi bisogna conoscere prima di inserirli in un portafoglio.
Perché un rendimento potenzialmente più elevato non è mai un regalo. In finanza viene sempre pagato con qualcosa: tempo, illiquidità, complessità o rischio.
Partiamo dalla base. Quando acquistate un’azione quotata, state acquistando una piccola partecipazione in una società presente su un mercato regolamentato. Il prezzo è visibile ogni giorno. La liquidità è generalmente elevata. Potete entrare e uscire in modo relativamente semplice. Questo è il mercato pubblico. I mercati privati, invece, sono tutto ciò che vive al di fuori della quotazione in borsa. Aziende non quotate. Infrastrutture. Credito privato. Real estate istituzionale. Progetti industriali e imprenditoriali che non vengono negoziati ogni giorno su un listino.
Il private equity è una delle principali forme di investimento in questo mondo. Un fondo raccoglie capitale da più investitori e lo utilizza per acquisire partecipazioni rilevanti, spesso di controllo, in società non quotate. Poi lavora su quelle società per alcuni anni. Rafforza la governance. Migliora i processi. Apre nuovi mercati. Ottimizza la struttura finanziaria. E alla fine cerca di rivendere la partecipazione a un valore superiore rispetto al prezzo di acquisto. Il rendimento nasce da questa trasformazione. Non dalla semplice oscillazione quotidiana di un prezzo di borsa.
Facciamo un esempio. Un fondo acquisisce una società valutata 100 milioni di euro. Ne studia il modello di business, introduce competenze manageriali, investe nella crescita, migliora i margini e la prepara a una vendita futura. Dopo cinque o sei anni, se il piano funziona, quella società può essere ceduta a 150 o 160 milioni. La differenza, al netto dei costi, rappresenta il valore creato per gli investitori. Detta così sembra semplice. Ma non lo è. Perché serve capacità di selezione.
Serve tempo. Serve accesso a operazioni di qualità. E serve accettare che il capitale non sia immediatamente disponibile. Questo è un punto fondamentale. Nel private equity tradizionale l’investitore non versa sempre tutto il capitale il primo giorno. Si impegna a investire una certa somma e il fondo la richiama progressivamente, man mano che individua opportunità. Queste richieste si chiamano richiami di capitale. È un meccanismo coerente con la natura dello strumento, perché acquistare, trasformare e rivendere un’azienda richiede anni.
Ma è anche uno dei motivi per cui il private equity è sempre stato poco adatto a chi aveva bisogno di liquidità immediata o non poteva pianificare su orizzonti lunghi. Per anni l’accesso a questo mondo è stato fortemente limitato. Non per caso. Il private equity è complesso, illiquido e richiede un livello di consapevolezza superiore rispetto a molti strumenti tradizionali. Per questo è stato storicamente riservato soprattutto agli investitori professionali. In Italia, per accedere a molte soluzioni di questo tipo, uno dei requisiti rilevanti era disporre di un portafoglio finanziario di almeno 500.000 euro, oltre ad altri criteri di esperienza e competenza.
Ma anche quando il requisito veniva soddisfatto, restavano altri ostacoli. Impegni minimi spesso elevati. Durate di sette, otto, dieci anni. Uscita non immediata. Valutazioni non giornaliere. E costi più articolati rispetto agli strumenti quotati. Per questo il private equity non era semplicemente un investimento per pochi. Era un investimento per patrimoni in grado di tollerare vincoli, complessità e tempi lunghi. Qui entra il cambiamento recente.
Con la nuova disciplina europea sugli ELTIF, entrata in vigore nel 2024, sono state introdotte regole che consentono a una platea più ampia di investitori di accedere a strumenti di investimento a lungo termine collegati anche ai mercati privati. In alcune soluzioni, le soglie di ingresso sono oggi molto più contenute rispetto al passato. Ma attenzione. Accessibile non significa automaticamente adatto. E qui arriviamo alla domanda più importante.
Il private equity rende davvero più della borsa? La risposta corretta è: storicamente, in molte analisi di lungo periodo, il private equity ha mostrato rendimenti medi superiori agli indici azionari quotati. Alcune analisi di lungo periodo indicano un rendimento medio annuo intorno al 13% negli ultimi 25 anni per il private equity, contro circa l’8,6% dell’S&P 500. La differenza è rilevante.
Sulla distanza, pochi punti percentuali annui possono cambiare in modo significativo il capitale finale. Ma questo dato va interpretato con grande attenzione. Primo: la media non è una garanzia. Secondo: non tutti i fondi ottengono gli stessi risultati. Terzo: il rendimento viene ottenuto accettando vincoli importanti. Il primo vincolo è la liquidità. Il capitale può rimanere investito per anni e non essere riscattabile quando lo desiderate. Il secondo vincolo è la curva dei rendimenti. Nei primi anni il risultato può essere debole o negativo, perché il fondo sostiene costi iniziali e le aziende non hanno ancora completato il percorso di valorizzazione. Il terzo vincolo è la selezione.
Nel private equity la qualità del gestore fa una differenza enorme. Non basta entrare nella categoria. Bisogna capire in quale strategia, con quale team, con quali costi, con quale livello di diversificazione e con quale coerenza rispetto al resto del patrimonio. Questo è il punto che spesso viene trascurato. I mercati privati non devono sostituire il portafoglio tradizionale. Possono eventualmente integrarlo. Ma solo se la situazione patrimoniale lo consente.
Prima di valutare un investimento in private equity bisogna rispondere ad alcune domande concrete. Quanta liquidità deve restare disponibile? Quali obiettivi avete nei prossimi tre, cinque e dieci anni? Quale quota del patrimonio può essere realmente vincolata senza creare tensione finanziaria? Il resto del portafoglio è già ben diversificato? Avete compreso i costi, i tempi, i rischi e le modalità di uscita? Senza queste risposte, il rischio è scambiare l’accesso a un mondo più sofisticato per una scelta automaticamente migliore. Ma in finanza non esistono strumenti migliori in assoluto.
Esistono strumenti coerenti o incoerenti con una situazione specifica. Un ELTIF o un fondo di private equity può essere molto interessante per un investitore con orizzonte lungo, patrimonio già strutturato e liquidità adeguata. Può essere invece del tutto inadeguato per chi potrebbe aver bisogno di quel capitale a breve o non tollera l’idea di non poterlo liquidare rapidamente. Quindi cosa dobbiamo portarci a casa da questo video? Il private equity consente di accedere a una parte dell’economia che non è quotata in borsa e che per anni è stata riservata principalmente a investitori istituzionali e professionali. Le nuove soluzioni europee hanno reso questo mondo più accessibile, ma accessibilità non significa semplicità. Resta un ambito complesso, illiquido e da valutare con grande attenzione. Il potenziale rendimento più elevato va sempre letto insieme ai vincoli: tempo, costi, selezione del gestore, rischi specifici e impossibilità di uscire rapidamente.
Perché il punto non è chiedersi se i mercati privati siano interessanti. Il punto è capire se sono coerenti con il vostro patrimonio, con i vostri obiettivi e con il livello di rischio che potete realmente sostenere. Sapere che una porta si è aperta non significa doverla attraversare subito. Significa poter valutare, con metodo, se dietro quella porta c’è qualcosa di utile per la vostra strategia patrimoniale. Se anche voi volete capire se i mercati privati possono avere senso all’interno del vostro portafoglio, potete richiedere un’analisi gratuita. Analizzeremo insieme patrimonio, liquidità, obiettivi e orizzonte temporale, per capire se questa asset class può essere coerente con la vostra situazione.
