In questo articolo ti mostro esattamente quanti soldi ti servono davvero per vivere di rendita e perché la cifra che hai in testa, in questo momento, è quasi certamente sbagliata. Non importa se stai partendo da zero o hai già un capitale da gestire. L’approccio che utilizziamo con i nostri clienti dimostra che smettere di lavorare, o scegliere quando farlo, è molto più vicino di quello che pensi. Mi rendo conto che per molti vivere di rendita sembra un obiettivo riservato a chi nasce ricco o a chi eredita un patrimonio.
Ma i numeri raccontano una storia completamente diversa. E oggi te la mostro. Se ti stai chiedendo quanto devi accumulare prima di poter smettere di lavorare, o se hai già un capitale e vuoi capire come farlo durare davvero mentre ti dedichi alle tue passioni, allora questo video è per te.
Andremo ad analizzare tre cose:
L’errore di calcolo che commettono quasi tutti coloro che vogliono vivere di rendita o che ti dicono come vivere di rendita e perché è così pericoloso e insostenibile.
La regola del prelievo sostenibile: quanto puoi prelevare ogni anno senza rischiare di finire mai i tuoi soldi.
Come le persone facoltose utilizzano le minusvalenze per non pagare tasse e poter vivere di rendita.
Ma per capire come funziona davvero questo meccanismo, dobbiamo prima smontare il calcolo che hai quasi sicuramente già fatto. Il ragionamento che sentiamo più spesso quando un cliente arriva da noi con l’obiettivo di vivere di rendita è questo: Ho €500.000. Mi servono €25.000 all’anno. Faccio il conto: €25.000 diviso €500.000 uguale 5%. Trovo un investimento che rende il 5% e sono a posto per sempre. Ma devi fare attenzione perché questo ragionamento ti porta a bruciare il tuo capitale in tempi record. Sembra logico, lo capisco. Lo fanno ingegneri, commercialisti, persone preparatissime. Non è un errore di distrazione. È un errore di sistema.
E ci sono due problemi che non stiamo considerando in questo calcolo così idilliaco. Il primo si chiama Fisco, che preleva il 26% di tutte le nostre plusvalenze e che rende quei 25.000€ molto più cari di quanto si pensa. Il secondo invece si chiama inflazione. In Italia negli ultimi 20 anni il costo della vita è cresciuto in media del 2% all’anno. Sembra poco. Ma su vent’anni significa che ogni euro vale oggi il 45% in meno rispetto al 2006. Detto in modo ancora più chiaro: se il tuo capitale è rimasto €500.000 invariato per vent’anni, hai perso €225.000 di potere d’acquisto reale. Senza muovere un dito. Senza fare nulla di sbagliato.
Quindi il tuo portafoglio non deve rendere il 5%. Deve rendere il 5% più l’inflazione più il costo delle tasse. Ogni anno. Per sempre. E questo cambia completamente i numeri di partenza. Ma c’è un terzo problema che distrugge i piani anche di chi ha già corretto per inflazione e tasse. Ed è quello di cui quasi nessuno parla. Il primo aspetto fondamentale da capire è questo: non conta solo quanto rende il tuo portafoglio. Conta quando lo fa. Guardate questo grafico del mercato azionario. Secondo voi sarebbe stata la stessa cosa iniziare a vivere di rendita nel 2000 piuttosto che nel 2011? Certamente no.
Chi aveva €500.000 investiti nel 2000 e prelevava €25.000 all’anno si è trovato dopo tre anni con meno di €280.000. Non perché il mercato non si fosse ripreso, si è ripreso. Ma ogni anno continuava a prelevare da un portafoglio sempre più piccolo. E quando il mercato è risalito, aveva così poco capitale rimasto che il recupero non bastava più a coprire le spese.
Nel 2022 abbiamo vissuto un altro episodio di questo tipo. Un portafoglio bilanciato — quello che tutti considerano prudente — ha perso tra il 12% e il 18% in dodici mesi. Per la prima volta dal 1970, azioni e obbligazioni sono scese insieme nello stesso anno. Chi stava già prelevando in quel periodo ha visto il suo piano entrare in crisi non per colpa di scelte sbagliate, ma per colpa del momento sbagliato.
Questo si chiama rischio di sequenza. Ed è il rischio più sottovalutato in assoluto quando si costruisce un piano di rendita. La soluzione non è non investire in azionario. La soluzione è strutturare il portafoglio in modo da non essere mai costretti a vendere nel momento sbagliato. Ma ci arriviamo tra poco, perché prima c’è un altro aspetto da capire. La domanda che ci fanno più spesso è questa: quanto posso prelevare ogni anno senza rischiare di finire i soldi? Esiste una regola famosa nel mondo della pianificazione finanziaria. Si chiama la regola del 4%.
Negli anni ’90 un ricercatore americano di nome William Bengen ha analizzato ogni scenario storico dal 1926 in poi. Ha scoperto che chi prelevava il 4% annuo del capitale iniziale — adeguato all’inflazione ogni anno — non aveva mai esaurito i soldi in 30 anni. Mai. Neanche chi era andato in pensione nel 1929, prima della Grande Depressione. Il problema è che quella analisi era su portafogli americani. E soprattutto era pensata per 30 anni. Se smetti di lavorare a 55 anni e vivi fino a 90, hai bisogno che il capitale regga 35 anni. Se smettessi invece a 40 anni, il tuo capitale deve reggerne 50.
La realtà è che il tasso di prelievo sostenibile non è un numero fisso. Dipende da tre variabili: come è costruito il tuo portafoglio, per quanti anni deve reggere, e quanto sei disposto a ridurre le spese non essenziali se il mercato attraversa un periodo negativo. In base a queste variabili, il range va dal 3% al 7%. Su €500.000, la differenza è enorme. Il 3% ti dà €15.000 all’anno. Il 7% ti dà €35.000. Più del doppio, dallo stesso capitale.
E questo significa che la domanda giusta non è quanti soldi hai. È come sei strutturato per usarli. Con i nostri clienti utilizziamo un approccio che chiamiamo flessibilità di spesa dinamica. In pratica distinguiamo le spese essenziali — casa, cibo, salute, utenze — dalle spese non essenziali — viaggi, ristoranti, hobby. Le spese essenziali sono la tua base. Quelle non essenziali sono la tua leva di sicurezza. Se le essenziali sono il 60% del totale, puoi partire con un prelievo del 5-6%, perché sai che in un anno negativo hai margine per adattarti. Se invece le essenziali sono il 90% del totale e non puoi ridurle, devi stare sul 3-3,5%.
E non è nemmeno detto che tu abbia bisogno di uno o due milioni di euro per vivere di rendita. Potrebbe bastarti molto meno — se fai le cose giuste. Il terzo aspetto è quello che nessuno ti dice. Ed è probabilmente il più importante di tutti. Abbiamo già visto che il 26% di tasse entra nel calcolo base di sopravvivenza del capitale. Ma quello che quasi nessuno sa è che quel 26% non è obbligatorio pagarlo ogni anno. Esiste un meccanismo legale — che i grandi patrimoni usano in silenzio da anni — per strutturare i prelievi in modo da azzerarlo completamente. Il fisco italiano divide i guadagni da investimento in due categorie.
La prima sono i guadagni passivi: le cedole delle obbligazioni, i dividendi delle azioni, i rendimenti dei fondi comuni. Ci paghi il 26% di tasse. Sempre. Senza eccezioni. Nessuno può farci nulla. La seconda sono i guadagni attivi: vendi un’azione in guadagno, vendi un certificato in guadagno, vendi un’obbligazione prima della scadenza con un profitto. Anche qui il 26%. Ma con una differenza fondamentale. Le perdite che hai accumulato investendo — le minusvalenze — possono essere usate solo per azzerare i guadagni della seconda categoria. Non della prima. Mai. Tradotto in pratica: se hai €30.000 di minusvalenze nel cassetto e guadagni €30.000 di cedole obbligazionarie, ci paghi comunque il 12,5%. Le tue perdite non possono compensare quel tipo di guadagno.
Ma i grandi patrimoni hanno imparato a costruire i prelievi in modo che ricadano quasi interamente nella seconda categoria. E lo fanno usando uno strumento preciso: le obbligazioni comprate sopra la pari. Un’obbligazione normale: la compri a 100, ogni anno ti paga una cedola, alla scadenza ti restituiscono 100. Zero guadagno, zero perdita sul capitale. Ma sul mercato esistono obbligazioni che non compri a 100. Le compri a 115, a 120. Perché staccano cedole molto alte rispetto ai tassi attuali. Alla scadenza però ti restituiscono sempre 100. Hai perso 15 punti sul capitale. Quella perdita è una minusvalenza. pianificata, certa, calcolabile alla virgola nel momento in cui compri il titolo.
Ora il meccanismo diventa chiaro. Selezioni obbligazioni sopra la pari che generano minusvalenze nella misura esatta di cui hai bisogno. Contemporaneamente strutturi i prelievi su strumenti che generano guadagni attivi — certificati, azioni— per un valore equivalente. Le minus compensano le plus. Risultato: prelevi €30.000 e non paghi tasse. Invece di €40.500, ti bastano €30.000. Hai risparmiato €10.500 in un anno. Su 20 anni di rendita, con solo questo risparmio reinvestito, stiamo parlando di oltre €200.000 di differenza finale nel patrimonio. Non perché hai trovato rendimenti miracolosi. Solo perché hai smesso di regalare tasse che non eri obbligato a dare.
Ma questo meccanismo merita un video dedicato perché è un tema delicato che vi consiglio di approfondire adeguatamente. Come sempre se vuoi un check gratuito del tuo portafoglio di investimento e capire se effettivamente vivere di rendita è più fattibile di quanto pensi in descrizione ti lascio il link per prenotare una chiacchierata gratuita. Ora, vatti a vedere il video sul recupero Minusvalenze, anche perché quest’anno scadono quelle del 2022 e non sapere come recuperarle, potrebbe costarti molto più caro di quanto pensi.
