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Tassi di interesse in rialzo: cosa succede ai tuoi investimenti

Quando una banca centrale alza i tassi di interesse, molti pensano che sia una notizia tecnica. Una decisione presa a Francoforte, a Washington, in una sala riunioni lontana dalla vita quotidiana. Ma la realtà è molto diversa. Quando i tassi salgono, cambia il prezzo del denaro. E quando cambia il prezzo del denaro, cambia tutto. Cambiano le rate dei mutui. Cambiano i rendimenti delle obbligazioni. Cambiano le valutazioni delle azioni. Cambiano i prezzi degli immobili. Cambia perfino il modo in cui bisogna leggere oro, valute e materie prime.

Nel 2022 molti investitori lo hanno scoperto nel modo più difficile. L’inflazione nell’area euro è salita bruscamente, la BCE ha iniziato ad alzare i tassi dopo anni di condizioni eccezionalmente favorevoli, e in pochi mesi interi portafogli considerati prudenti hanno registrato perdite che molti non si aspettavano. Il punto è proprio questo. Il problema non è che i tassi salgano. Il problema è non sapere che cosa succede al proprio patrimonio quando salgono. In questo video vedremo tre cose.

Prima capiremo perché le banche centrali alzano i tassi e perché questa decisione non è mai neutrale per chi investe.

Poi vedremo cosa succede concretamente a obbligazioni, azioni, immobili, oro e valute quando il costo del denaro aumenta.

E infine capiremo quali controlli fare sul portafoglio per evitare di scoprire troppo tardi di essere esposti a un rischio che non avevate considerato.

Partiamo quindi dalla base. Perché le banche centrali alzano i tassi? La risposta più semplice è: per raffreddare l’inflazione. Se i prezzi salgono troppo velocemente, una banca centrale cerca di rendere il denaro più costoso. Prestiti più cari significano meno domanda. Meno domanda significa consumi più moderati, investimenti più selettivi, crescita più controllata. E nel tempo questo dovrebbe aiutare a riportare l’inflazione verso livelli più sostenibili. È quello che abbiamo visto in modo molto netto tra il 2022 e il 2023. La Federal Reserve è passata da tassi quasi a zero a oltre il cinque per cento. La BCE, in Europa, ha alzato i tassi con una velocità che non aveva precedenti nella sua storia recente.

Il problema è che un rialzo così rapido non colpisce solo l’inflazione. Colpisce anche tutti gli strumenti finanziari costruiti negli anni precedenti, quando il denaro costava pochissimo. E qui arriva il primo grande errore che molti investitori commettono. Pensano che un portafoglio prudente sia automaticamente protetto. Ma se quel portafoglio è pieno di obbligazioni a tasso fisso e lunga scadenza, in una fase di rialzo dei tassi può diventare molto più fragile di quanto sembri.

Il primo impatto dei tassi in rialzo riguarda le obbligazioni. Qui il meccanismo è fondamentale. Tra tassi di interesse e prezzo delle obbligazioni esiste una relazione inversa. Quando i tassi salgono, il prezzo delle obbligazioni già esistenti scende. Quando i tassi scendono, il prezzo delle obbligazioni già esistenti sale. Facciamo un esempio semplice. Immaginate di avere comprato un’obbligazione a cento euro, con una cedola del quattro per cento. Ogni anno ricevete quattro euro.

Poi, però, i tassi salgono e nuove obbligazioni simili vengono emesse con una cedola del sei per cento. A quel punto la vostra obbligazione, che paga quattro, è meno interessante di quelle nuove che pagano sei. Per tornare competitiva, il suo prezzo deve scendere. Non perché l’emittente sia necessariamente peggiorato. Ma perché il mercato deve compensare il rendimento inferiore. Questo è il motivo per cui nel 2022 tanti investitori sono rimasti sorpresi. Pensavano di avere strumenti sicuri, magari titoli di Stato, ma non avevano considerato la durata finanziaria. Il concetto tecnico si chiama duration.

Più una obbligazione ha una scadenza lontana, più il suo prezzo è sensibile ai movimenti dei tassi. Un titolo a breve scadenza si adegua più velocemente. Un titolo trentennale, invece, può subire oscillazioni molto rilevanti. Per questo un rialzo di un solo punto percentuale può generare perdite importanti sui titoli a lunga scadenza. Ecco perché dire “ho obbligazioni, quindi sono prudente” non basta. Bisogna sapere che tipo di obbligazioni si hanno. A tasso fisso o variabile. A breve o lunga scadenza. Governative o corporate. In euro o in valuta estera. Perché il rischio non sta nella parola obbligazione. Sta nelle caratteristiche precise dello strumento che avete in portafoglio.

Attenzione però. Tassi più alti non sono solo un problema. Per chi investe nuovo capitale, possono anche rappresentare una opportunità. Dopo anni in cui il reddito fisso offriva rendimenti quasi nulli, il rialzo dei tassi ha restituito valore alla componente obbligazionaria. Oggi molte nuove emissioni offrono cedole più interessanti rispetto al passato. Questo significa che l’obbligazionario può tornare a svolgere una funzione importante in portafoglio. Ma non in modo automatico. Non basta comprare il titolo che rende di più.

Bisogna capire perché rende di più. Rende di più perché ha una scadenza lunga? Perché l’emittente è più rischioso? Perché è in una valuta diversa dall’euro? Perché incorpora un rischio di credito che il mercato sta già prezzando? La differenza è enorme. Un BTP a lunga scadenza, una obbligazione corporate subordinata, un titolo in dollari e una obbligazione a breve termine non sono la stessa cosa. Possono stare tutti nella categoria “reddito fisso”, ma si comportano in modo completamente diverso. È qui che entra il metodo. Un portafoglio costruito bene non cerca semplicemente la cedola più alta. Costruisce un equilibrio tra rendimento, durata, qualità dell’emittente, diversificazione e orizzonte temporale. Perché il rendimento che vedete oggi deve essere compatibile con il rischio che potete sostenere domani. E questo vale ancora di più quando i tassi si muovono rapidamente.

Chi ha liquidità da investire può trovare condizioni migliori rispetto a qualche anno fa. Chi invece possiede vecchie obbligazioni a lunga scadenza deve capire se quelle posizioni sono coerenti con i propri obiettivi. La domanda non è: “le obbligazioni sono buone o cattive?” La domanda giusta è: “la mia componente obbligazionaria è costruita per il contesto in cui mi trovo?”

Il secondo grande impatto riguarda le azioni. Qui il ragionamento è più complesso, perché non tutte le aziende reagiscono allo stesso modo. In linea generale, tassi più alti tendono a pesare sulle valutazioni azionarie. Il motivo è il tasso di sconto. Il valore di un’azienda dipende dai flussi di cassa che produrrà in futuro. Ma quei flussi futuri, per essere valutati oggi, vengono scontati a un certo tasso. Se quel tasso sale, il valore presente di quei flussi scende.

Questo meccanismo colpisce soprattutto le società growth, cioè quelle il cui valore dipende molto da profitti attesi nel futuro lontano. Tecnologia, innovazione, aziende con valutazioni elevate e utili ancora da consolidare sono più sensibili a questo effetto. Non è un caso che nel 2022, durante il forte rialzo dei tassi, il Nasdaq abbia perso oltre il trenta per cento. Ma attenzione a non semplificare troppo. Non tutto il mercato azionario soffre allo stesso modo. Le banche, per esempio, possono beneficiare di tassi più alti, perché aumenta il margine tra ciò che incassano sui prestiti e ciò che pagano sui depositi.

Le aziende con forte potere di prezzo possono trasferire parte dell’inflazione sui clienti senza perdere troppi volumi. Le società con bilanci solidi, poca leva finanziaria e flussi di cassa stabili tendono a resistere meglio. Al contrario, le imprese molto indebitate soffrono di più. Perché quando devono rifinanziare il debito, lo fanno a costi più elevati. E questo comprime i margini. Quindi, anche qui, la vera parola chiave è selezione. Non basta dire “azioni”. Bisogna capire quali azioni, con quali valutazioni, con quale qualità degli utili, con quale indebitamento e con quale orizzonte temporale.

Il terzo impatto riguarda il mercato immobiliare e i mutui. Qui il collegamento è molto diretto. Tassi più alti significano mutui più cari. Mutui più cari significano rate più pesanti. Rate più pesanti significano minore capacità di acquisto per le famiglie. E quando la capacità di acquisto si riduce, anche la domanda di immobili tende a indebolirsi. In Italia questo tema è particolarmente importante, perché una parte molto rilevante della ricchezza delle famiglie è concentrata proprio nella casa. Molti nuclei familiari, inoltre, hanno mutui a tasso variabile o finanziamenti che risentono direttamente del rialzo dei tassi. In alcuni casi le rate mensili sono aumentate in modo significativo rispetto ai livelli precedenti al ciclo di rialzi.

Questo non significa che il mercato immobiliare debba necessariamente crollare. Significa però che il rendimento atteso da un investimento immobiliare va letto in modo diverso. Se i titoli di Stato offrono rendimenti più alti, anche un immobile da reddito deve diventare più interessante per competere. In termini tecnici, aumentano i cap rate, cioè i rendimenti impliciti richiesti dagli investitori. E quando il rendimento richiesto sale, il prezzo dell’immobile tende a subire pressione. Per chi compra casa, quindi, non conta solo il prezzo dell’immobile. Conta il costo del finanziamento. Conta la sostenibilità della rata. Conta la stabilità del reddito familiare. Conta la possibilità di assorbire eventuali ulteriori rialzi o periodi prolungati di tassi elevati. E per chi ha già una quota rilevante del patrimonio nel mattone, il tema è ancora più delicato.

Perché un portafoglio può sembrare diversificato tra banca, immobili e investimenti finanziari. Ma se tutto dipende dallo stesso fattore, cioè dal costo del denaro, la diversificazione reale è molto più bassa di quanto sembri.

Poi ci sono valute, oro e materie prime. Anche qui i tassi hanno un ruolo importante. Un Paese con tassi più alti tende ad attrarre capitali internazionali, perché offre rendimenti maggiori. Questo può rafforzare la sua valuta. È uno dei motivi per cui, in alcune fasi, il dollaro si rafforza quando la Federal Reserve mantiene tassi elevati. Per un investitore europeo questo può avere effetti positivi o negativi. Se avete investimenti in dollari e il dollaro sale, il cambio può aiutarvi. Se però il movimento si inverte, il cambio può ridurre il risultato finale anche quando l’investimento sottostante è andato bene. Ecco perché il rischio valutario non va ignorato.

L’oro invece ha una dinamica particolare. Viene spesso considerato un bene rifugio. Ma quando i tassi reali sono elevati, detenere oro ha un costo opportunità più alto. Perché l’oro non paga cedole, non distribuisce dividendi, non produce reddito. Se un titolo di Stato offre un rendimento reale positivo, una parte degli investitori può preferire quel rendimento rispetto a un bene che non produce flussi.

Le materie prime, invece, dipendono anche da fattori geopolitici, domanda globale e offerta fisica. Per questo non si muovono sempre in modo lineare rispetto ai tassi. Il punto è che ogni asset class reagisce in modo diverso. E quando i tassi cambiano rapidamente, un portafoglio costruito senza una logica chiara può mostrare correlazioni inattese proprio nel momento peggiore. Questa è una delle lezioni più importanti degli ultimi anni. La protezione non nasce dal possedere tanti strumenti.

Nasce dal capire come quegli strumenti si comportano nello stesso scenario. Allora cosa bisogna fare concretamente? La prima cosa è evitare le decisioni impulsive. Quando i tassi salgono, il portafoglio può muoversi in modo sgradevole. Ma vendere solo perché qualcosa è sceso, senza capire perché è sceso, rischia di trasformare un aggiustamento temporaneo in una perdita definitiva. La seconda cosa è fare una mappa del portafoglio. Quanto è lunga la duration della componente obbligazionaria?

Quanta parte è a tasso fisso? Quanta parte è esposta al rischio di credito? Ci sono obbligazioni in valuta estera? Quanto capitale è concentrato su settori azionari molto sensibili ai tassi? Quanto patrimonio è esposto al mercato immobiliare? Avete debiti a tasso variabile? Sono domande semplici, ma spesso nessuno le fa fino a quando il problema non è già visibile. La terza cosa è collegare ogni scelta all’orizzonte temporale. Una obbligazione che oscilla oggi può essere sostenibile se la scadenza è coerente con i vostri obiettivi.

Una posizione azionaria può avere senso se il capitale non serve nel breve periodo. Un immobile può essere corretto se il debito è sostenibile e il flusso di reddito è stabile. Ma tutto deve stare dentro una strategia. Non dentro una reazione emotiva al livello dei tassi del momento. La domanda più utile da fare al proprio portafoglio è questa: Se i tassi restassero alti più a lungo del previsto, cosa succederebbe al mio patrimonio? E se invece scendessero più rapidamente di quanto il mercato si aspetta, quali strumenti ne beneficerebbero davvero? Solo rispondendo a entrambe le domande potete capire se il portafoglio è bilanciato o se sta semplicemente scommettendo su uno scenario solo.

Quello che abbiamo visto oggi è che i tassi di interesse non sono una variabile tecnica riservata agli economisti. Sono il prezzo del tempo, del rischio e del capitale. Quando cambiano, si muove tutto il resto. Le obbligazioni possono perdere valore anche se l’emittente è solido. Le azioni possono essere penalizzate non perché le aziende siano peggiori, ma perché il valore dei profitti futuri viene scontato a tassi più elevati. Gli immobili possono diventare meno accessibili perché il finanziamento costa di più. Le valute possono muoversi in modo rilevante. L’oro può comportarsi diversamente da come molti si aspettano.

E tutto questo può avvenire contemporaneamente. Per questo non basta dire “sono prudente” o “sono diversificato”. Bisogna verificare se quella prudenza e quella diversificazione funzionano davvero nello scenario in cui ci troviamo. Perché un portafoglio non si giudica quando i mercati sono tranquilli. Si giudica quando cambia una variabile fondamentale, come il costo del denaro.

Se anche voi volete capire come il vostro patrimonio reagirebbe a uno scenario di tassi ancora elevati, o a una futura fase di riduzione dei tassi, contattateci per richiedere un’analisi gratuita. Analizzeremo insieme la vostra situazione, la composizione del portafoglio, la durata delle obbligazioni, l’esposizione azionaria, gli immobili, la liquidità e gli eventuali finanziamenti in essere. L’obiettivo non è prevedere la prossima decisione della BCE o della Federal Reserve. L’obiettivo è costruire un metodo che vi permetta di attraversare scenari diversi senza dover improvvisare.

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