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Quali sono gli impatti reali, sull’economia italiana ed europea, della crisi energetica?

Vi siete mai chiesti fino a dove può arrivare il prezzo dell’energia prima che l’economia italiana inizi davvero a cedere? In un’audizione parlamentare, Confindustria ha usato parole molto precise. Ha detto che rischiamo la più grave crisi energetica della storia. Il gasolio in Italia ha già superato i due euro al litro. Il gas industriale è aumentato del settantaquattro percento in soli due mesi. Le aziende che usano il gas per produrre si trovano a pagare quasi il doppio di quello che pagavano a febbraio. E il Qatar ha comunicato a Edison che non è più in grado di consegnare il gas previsto al rigassificatore di Rovigo.

E quell’impianto copriva il 13% di tutto il gas consumato in Italia. I media l’hanno annunciato con toni apocalittici, ma è davvero così? Ecco perché in questo video scoprirete cosa sta succedendo davvero all’economia italiana ed europea, chi rischia il lavoro, e cosa fare per proteggere i vostri risparmi. Vedremo quali settori dell’economia italiana rischiano davvero di essere colpiti dalla crisi, e quali invece hanno i margini per reggere. Guarderemo chi rischia davvero il lavoro in Italia, con i numeri alla mano! E capiremo cosa sta succedendo alle obbligazioni e cosa fare per proteggere il vostro portafoglio.

Molti di voi potrebbero pensare che, con una possibile riapertura delle principali rotte energetiche e una riduzione delle tensioni internazionali, i prezzi possano tornare velocemente alla normalità. Ma la realtà è un po’ diversa. Perché anche se la situazione dovesse stabilizzarsi già nelle prossime settimane, gli effetti sull’economia reale non sarebbero immediati. Pensate a questo: una nave impiega settimane, a volte mesi, per completare una tratta e arrivare nei porti europei. Eventuali rallentamenti o blocchi di oggi continueranno a riflettersi sui costi e sulle forniture ancora per diverso tempo. Anche se domani la situazione si normalizzasse, gli effetti sui prezzi, sulle imprese e sull’economia nel suo complesso continuerebbero a farsi sentire.

Ed è proprio qui che entra il punto centrale di questo contenuto. L’economia italiana ed europea stanno già assorbendo questi shock, e non si tratta di qualcosa che si risolve dall’oggi al domani. Il danno è già stato creato e noi ne stiamo già subendo gli effetti… Non solo stiamo vedendo sugli effetti sul prezzo della benzina, ma anche sul lavoro di tutti gli italiani! E migliaia di imprese stanno già avendo serie difficoltà… Ma è davvero così… …allora quali sono i settori più a rischio?

È importante capire che non tutti i settori sono ugualmente esposti. I settori cosiddetti energivori, tradotto: quelli che per produrre consumano grandi quantità di energia, sono i più vulnerabili in questo momento. Parliamo di acciaio, ceramica, vetro, carta, cemento, concia del cuoio. Per queste industrie, i costi dell’energia rappresentano tra il quindici e il trentacinque percento dei costi totali di produzione…il che significa che un rincaro pesante mangia direttamente i loro margini. Se un’azienda ceramica ha costi totali di un milione di euro l’anno e spende il venticinque percento in energia, un rincaro del settantaquattro percento varrebbe circa centottantamila euro in più solo per tenere gli impianti accesi.

Quanto potrebbe reggere un’impresa del genere prima di fallire? Ma c’è qualcosa che rende la situazione italiana strutturalmente più difficile rispetto al resto d’Europa. Un’impresa italiana paga oggi l’energia 85 euro per megawattora. La stessa energia in Francia costa 25 euro. In Germania quarantaquattro. Per assurdo le aziende italiane pagano l’energia oltre tre volte più delle francesi e quasi il doppio delle tedesche. Questa distanza non è nata con la crisi del Golfo. Esisteva già prima. La crisi l’ha resa semplicemente insostenibile per molti settori!

Il turismo di qualità, la moda, il design, l’agroalimentare di eccellenza, settori in cui l’Italia ha un vantaggio competitivo strutturale nel mondo, dipendono molto meno dai rincari diretti dell’energia. Il problema è che tutto questo sta avendo conseguenze concrete sull’occupazione. Dopo questo, immagino che molti di voi se lo stanno chiedendo… Rischiamo davvero di perdere il lavoro? Secondo uno studio della CNA, l’associazione degli artigiani e dei piccoli imprenditori italiani, se la crisi si prolunga fino a maggio, le imprese italiane pagheranno sei miliardi di euro in più rispetto al 2025 solo per l’energia.

Se la crisi si prolunga invece fino a dicembre, quella cifra sale a trenta miliardi. Ogni euro speso in più per l’energia è un euro in meno disponibile per stipendi, investimenti e nuove assunzioni. La stessa CNA stima che trecentomila piccole imprese, con oltre un milione e mezzo di dipendenti, rischiano di trovarsi con costi energetici fuori controllo. Il che significa che, se la crisi si prolungasse senza interventi adeguati, oltre un milione e mezzo di lavoratori potrebbero vedere i propri posti a rischio.

E Confartigianato è ancora più diretta: senza misure adeguate, il rischio è perdere la capacità di competere, con effetti diretti sugli investimenti e sull’occupazione. C’è però un elemento che rende questa crisi diversa dal 2022. Confindustria ha dichiarato in audizione parlamentare che se la guerra finisse oggi, l’impatto per l’Italia sarebbe una mancata crescita tra zero virgola uno e zero virgola tre punti percentuali. Per darvi un’idea concreta: è come se invece di guadagnare cento euro quest’anno ne guadagnaste novantanove virgola sette. Sembra poco vero? Ma parliamo di 6 miliardi di mancata crescita!

Sei miliardi che non entrano nelle casse delle aziende, nelle buste paga dei lavoratori, nei consumi delle famiglie. Ora non sembrano così pochi vero? Se la crisi si prolunga, gli effetti sulla vita quotidiana di ognuno di voi diventeranno molto più concreti. Secondo i dati ARERA, una famiglia italiana paga già oggi oltre duemila euro all’anno solo per luce e gas. In uno scenario di crisi lunga, quella cifra potrebbe salire di altri settecento o ottocento euro. E nel frattempo, molti fornitori stanno già eliminando le tariffe fisse, il che significa che la certezza del costo in bolletta che avevate fino a ieri sta sparendo, sostituita da tariffe variabili che scaricano tutto il rischio sul consumatore finale.

Questo ci porta direttamente a ciò che interessa più da vicino chi ha risparmi e investimenti da proteggere. E se questo sta succedendo alle bollette delle famiglie, immaginate cosa sta succedendo ai mercati finanziari che su questi dati si muovono ogni giorno. I rincari energetici alimentano l’inflazione, tradotto: i prezzi salgono perché trasportare, produrre e riscaldare costa di più. Se l’inflazione sale, la BCE, cioè la Banca Centrale Europea, l’istituzione che regola il costo del denaro per tutti i paesi dell’area euro, non può tagliare i tassi di interesse come molti si aspettavano.

E quando i tassi restano alti più a lungo del previsto, le obbligazioni a tasso fisso già presenti nel vostro portafoglio perdono valore sul mercato secondario, il che significa che se provaste a venderle oggi, le vendereste a meno di quanto le avete pagate. Un’obbligazione con scadenza lunga può perdere tra il cinque e il dieci percento di valore per ogni punto percentuale di rialzo dei tassi. Insomma, su centomila euro investiti in obbligazioni a lunga scadenza, stiamo parlando di una perdita potenziale tra i cinquemila e i diecimila euro. Ora, il rendimento dei BTP italiani, si sta muovendo intorno al quattro percento.

Sembra una buona notizia per chi compra oggi. Ma è importante conoscere un rischio specifico che riguarda l’Italia più di altri paesi europei. Le banche italiane detengono circa quattrocento miliardi di euro di BTP. E il nostro Paese deve rinnovare ogni anno tra i trecentocinquanta e i quattrocento miliardi di euro di debito, il che significa che ogni anno dobbiamo trovare qualcuno disposto a prestarci quelle somme. In momenti di tensione globale, i mercati tendono a vendere prima i titoli dei paesi percepiti come più rischiosi.

L’estate del 2024 ce lo ha già mostrato chiaramente: lo spread BTP-Bund, tradotto il divario tra quanto interessi paga l’Italia e quanto paga la Germania sul proprio debito, è passato in pochi giorni da centotrenta a centocinquanta punti base, e i BTP a dieci anni hanno perso tra il tre e il quattro percento di valore in una settimana. Non perché l’Italia avesse fatto qualcosa di sbagliato. Ma perché era percepita come più vulnerabile nel momento in cui i mercati cercavano liquidità.

Quindi cosa dobbiamo fare concretamente? L’approccio da mettere in pratica è quello di capire se il vostro portafoglio sta correndo dei rischi. Prima di tutto, è importante capire quanto della vostra componente obbligazionaria è concentrata su titoli a tasso fisso e a lunga scadenza, i più esposti in un contesto di tassi elevati prolungati. È altrettanto importante valutare la diversificazione geografica del vostro portafoglio obbligazionario, perché concentrarsi su un solo paese espone a rischi che non dipendono dalle vostre scelte ma dal sentiment dei mercati in quel momento.

E dobbiamo ricordare una cosa fondamentale: le crisi energetiche, anche quelle severe, trovano sempre un punto di equilibrio. L’obiettivo non è uscire dai mercati nel momento peggiore. Attenzione però: ogni situazione patrimoniale è diversa. Quello che ha senso per un portafoglio da centomila euro non è automaticamente giusto per uno da cinquecentomila. Non esistono soluzioni universali. Se seguite questo approccio con attenzione, riuscirete a mantenere il vostro portafoglio in una posizione solida anche durante le fasi più volatili, senza dover vendere in perdita nel momento peggiore.

La questione è che, ora che sapete come la crisi energetica colpisce i settori, il lavoro e le obbligazioni, c’è ancora un problema aperto. Il debito pubblico italiano è già al centoquaranta percento del PIL, il che significa che ogni shock esterno lo rende più fragile, e questa fragilità ha conseguenze dirette sui vostri investimenti.

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