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Pronti per la nuova generazione?

Figli del digitale, nati in un periodo di continui e repentini cambiamenti che li hanno portati a connotarsi in modo netto e diverso dalle altre generazioni: sono i millennials.

Sono circa 2,3 miliardi di persone, anche se il numero può variare in base agli anni che si prendono in considerazione, che hanno più a cuore l’ambiente, prestano maggior attenzione agli aspetti sociali, perseguono stili di vita sostenibili e hanno cura del proprio benessere e della propria salute.

Più che per il possesso di beni fisici, preferiscono spendere i loro soldi in esperienze che li portano a viaggiare e a condividere momenti di convivialità.

Se si guarda ai numeri, quasi 9 millennials su 10 vivono nell’economie emergenti e quelli cinesi, da soli, superano in numero l’intera popolazione degli Stati Uniti. A livello geografico, c’è poi una differenza di distribuzione anche tra le economie avanzate con i millennials che rappresentano il 22% della popolazione in Usa, il 17,8% in Spagna e solo il 16,9% in Italia.

La maggior parte di loro vive nei centri urbani e tale tendenza è estremamente evidente e consistente, in termini numerici, in paesi come la Cina, dove il processo di urbanizzazione ha avuto una forte influenza sulle scelte di vita dei millennials, più di quanto sia riscontrabile all’interno dei mercati sviluppati.

Quest’ultima considerazione deve far riflettere su come ci siano debite differenze che emergono in base al contesto economico e sociale del paese di appartenenza.

Ma perché si presta così tanta attenzione ai millennials?

Innanzitutto, perché sono, da un punto di vista economico, la generazione più importante per le aziende di tutto il mondo: costituiscono circa il 35% della forza lavoro globale e si stima che nei prossimi anni ci sarà una ulteriore forte accelerazione della loro presenza.

Il loro reddito sta superando quello di tutte le altre generazioni e rappresentano quella fascia della popolazione che ha una maggiore capacità di spesa e di condizionare il trend dei consumi globali.

In un recente studio realizzato da Deloitte Global nel 2020, “Millennial Survey”, con due diverse temporalità prima e dopo lo scoppio della pandemia, intervistando sia i millennials (nati tra 1981 e 1996) sia la generazione “Z” (1997 – 2012) su temi quali il lavoro, la società e la loro visione del mondo in generale, è emerso quanto segue.

Innanzitutto, si segnala una generale e profonda resilienza: se da un lato è tangibile la preoccupazione legata alla diffusione del Covid-19, dall’altro si intravede l’opportunità per costruire una nuova società che sia basata su principi di sostenibilità, equità e maggiormente inclusiva. In generale, emerge, sia in Italia sia nel resto del mondo, la volontà di essere protagonisti del cambiamento.

Per quanto riguarda poi la specificità dei millennials italiani, a differenza di quanto succede nel resto del mondo, leggendo i risultati tra i due sondaggi effettuati, risulta più presente la preoccupazione legata al lavoro, al benessere familiare e alla salute, con un generale aumento dei livelli di stress. I dati, infatti, mostrano come vi siano aspettative inferiori sulle opportunità lavorative, mentre sale l’ansia legata alla situazione finanziaria.

I millennials, rispetto alla rilevazione precedente pre-Covid-19, risultano anche più preoccupati per la loro salute mentale e fisica e vorrebbero che il lavoro da remoto diventasse la “new normal”.

Sempre nella stessa inchiesta appare come i millennials italiani continuino a essere allarmati per i cambiamenti climatici ma, tra le due rilevazioni, si registra un calo, mentre sale la preoccupazione legata all’occupazione. 

Pesa, probabilmente, su di essi il futuro di un Paese che ha sofferto per anni di riforme strutturali mancate, una burocrazia incombente e la mancanza di un piano di crescita che abbracci un orizzonte temporale di lungo periodo, trainato da investimenti, innovazione e ricerca. 

L’incertezza nei confronti del futuro e le nuove dinamiche che caratterizzano il mondo del lavoro sono forse alcune delle ragioni che vedono i millennials aumentare i loro livelli di risparmio ed essere più propensi verso gli investimenti socialmente responsabili.

Un’analisi fatta da Bank of America nel 2020 mostra, ad esempio, come, negli Usa, un millennial su quattro con dei risparmi, ha accantonato almeno 100.000 dollari: un trend positivo ma quantitativamente inferiore a quanto i loro genitori o nonni avessero messo da parte alla loro stessa età.

Circa tre quarti di essi risparmiano per far fronte a scadenze importanti della loro vita e per progetti futuri: il 75% lo fa pensando all’età della pensione e il 51% per avere dei fondi di emergenza.

A differenza delle precedenti generazioni, i millennials cominciano a pensare alla previdenza all’età di 24 anni, mostrando in questo modo una chiara inclinazione a programmare il proprio futuro finanziario nei confronti del quale il 73% si dichiara non ottimista.

Un’altra ricerca, Schroders Global Investor Study 2019, condotta su oltre 25.000 investitori in 32 paesi, rilevava lo stesso trend dove i millennials risultano essere la generazione che risparmia di più in forme di pensione integrativa.

Il fenomeno è presente anche in Italia, dove gli intervistati hanno dichiarato di dover accantonare di più rispetto al 14,6% del proprio reddito che attualmente allocano a soluzioni integrative, un dato che risulta comunque inferiore alla percentuale media globale del 15,9%.

La stessa ricerca, effettuata però nel 2020, ha mostrato come complessivamente gli investitori italiani destinino il 13% del reddito disponibile a risparmi specifici per la pensione, un dato che risulta inferiore alla media globale di 15,2%. Nella stessa si legge che il 60% degli investitori italiani ritiene che i contributi previsti dagli schemi statali non saranno sufficienti per il loro sostentamento una volta andati in pensione.

La questione diventa cogente se si pensa che, in Italia, entro il 2050 le persone con più di 65 anni saliranno al 65,8% (rif. dati Ania) rispetto al 33,3% del 2018 e, secondo la simulazione della Ragioneria dello Stato, il tasso di sostituzione netto della pensione pubblica rispetto all’ultimo stipendio di un dipendente privato dovrebbe passare dall’82,8% del 2010 al 70,3% del 2050.

Si tratta di una perdita importante che è opportuno compensare per poter mantenere gli standard di vita e richiede una risposta soprattutto da parte dei più giovani, che dovranno sopportare il calo suddetto, attraverso la previdenza complementare.

Se si guarda al profilo degli iscritti alla previdenza complementare fotografata da Covip, si nota che il 52,9% del totale è concentrato nella fascia tra i 35-54 anni, con un’età media di 46,4 anni.

Di essi il 61,9% è composto da uomini e il restante 38,1% da donne. Da un punto di vista professionale, su 8.264 milioni di iscritti, 5.906 milioni sono lavoratori dipendenti, mentre i lavoratori autonomi sono 1.115 milioni e i restanti rientrano nella categoria “altri iscritti”. 

Quali saranno quindi i trend futuri?

È presumibile supporre che, quanto emerso negli ultimi anni, rimanga un elemento caratterizzante dell’atteggiamento dei millennials, anche di quelli italiani, nonostante emerga come in Italia gli investitori risparmino meno per la pensione e si collochino sotto la media globale e quella europea.

Ciò fa sorgere la considerazione che c’è ancora molto spazio per la consulenza finanziaria nella formulazione di soluzioni integrative, purché capaci di dare delle risposte a questa sensazione di precarietà che emerge dai sondaggi sopra citati.

Il rapporto della Consob sul risparmio delle famiglie italiane rileva la limitata diffusione della pianificazione e controllo delle scelte finanziarie, con “gli obiettivi di spesa vengono identificati in modo sequenziale uno per volta e la motivazione al risparmio prevalente è quella precauzionale”.

Tale necessità traspare con ancora più forza se si pensa all’attuale contesto economico e alla situazione generale del sistema previdenziale italiano, la cui sostenibilità rimane un aspetto da tenere strettamente monitorato, così come le eventuali modifiche, soprattutto legate a nuovi limiti di età pensionabile che potrebbero essere introdotte.

Soprattutto per i più giovani diventa quindi necessario pensare alla pensione integrativa e programmare anzitempo un investimento nel futuro, godendo anche di una serie di benefici fiscali, o lo possono fare per loro direttamente i genitori o persone a loro vicine.

In tale contesto emerge con vigore il ruolo che possono svolgere i consulenti finanziari nel far comprendere agli investitori la necessità di procedere a una programmazione del proprio futuro, utilizzando tutti gli strumenti disponibili, e procedere a un graduale accantonamento dei risparmi da indirizzare a forme pensionistiche integrative nelle diverse forme che attualmente sono disponibili sul mercato.

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