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Conviene ancora investire in Obbligazioni Europee nel 2026?

Il 2 aprile 2025 gli Stati Uniti hanno annunciato i dazi più alti dal 1930. In risposta i mercati sono crollati in tutto il mondo. Poi, nel giro di poche settimane, gli indici sono tornati sui massimi. Niente di nuovo, direbbe qualcuno. Le crisi geopolitiche arrivano, i mercati tremano, poi si riprendono. È sempre andata così. Ma questa volta c’è qualcosa di diverso. E chi ha obbligazioni europee in portafoglio come BTP, fondi obbligazionari, titoli di stato, molto probabilmente non sta valutando il rischio nel modo corretto.

Perché il vero cambiamento non è nei titoli dei giornali. È nelle strutture economiche che determinano il valore delle tue obbligazioni nei prossimi dieci anni. E che ci fanno fare una domanda a cui pochi investitori sanno rispondere correttamente:

Conviene ancora investire in Obbligazioni Europee nel 2026?

In questo contenuto vedremo tre cose.

Perché il ragionamento “i rischi geopolitici sono sempre temporanei” è macro economicamente sbagliato e cosa sta cambiando davvero in modo strutturale nell’economia mondiale del 2026.

Quali sono le tre fragilità specifiche dell’Europa che amplificano questi cambiamenti — e come si traducono concretamente sui tuoi rendimenti obbligazionari.

Come costruire una posizione obbligazionaria europea che tenga conto di questo nuovo contesto nel 2026.

Ma per capire perché questo momento è diverso, dobbiamo prima smontare il ragionamento che rassicura quasi tutti quando si parla di investimenti, soprattutto obbligazionari e che realmente è il più pericoloso. Il ragionamento che sento più spesso è questo. Ho vissuto la guerra del Golfo, l’11 settembre, la crisi finanziaria, il Covid, la guerra in Ucraina. Ogni volta i mercati sono crollati e ogni volta si sono ripresi. La geopolitica fa paura, ma alla fine passa sempre. Ecco, questo ragionamento era corretto fino a qualche anno fa. Non lo è più.

O meglio, ti faccio una domanda, sei davvero sicuro di poterti permettere due decenni di stagnazione economica prima di tornare “in pari” con i tuoi soldi? Probabilmente è meglio capire cosa sta succedendo prima di rischiare di farsi più male del dovuto Dario Caldara e Matteo Iacoviello, due economisti della Federal Reserve, hanno costruito un indice che misura il rischio geopolitico globale dal 1900 a oggi analizzando milioni di articoli di giornale. Il GPR Index — Geopolitical Risk Index — mostra che sì, nelle ultime 25 grandi crisi internazionali i mercati si sono sempre ripresi rapidamente dopo la caduta iniziale.

Ma c’è un elemento che quella storia non cattura: la differenza tra crisi episodiche e frammentazione strutturale. Una crisi episodica dura mesi. Crea volatilità, poi passa. La frammentazione strutturale cambia le fondamenta su cui l’economia è costruita — e non passa. Non torna indietro. Quello stesso indice GPR mostra che dal 2022 il rischio geopolitico non è tornato ai livelli pre-crisi. È rimasto elevato in modo persistente. Non è un picco. È un nuovo livello di base.

Detto in modo ancora più chiaro: non stiamo attraversando una crisi. Stiamo entrando in un ordine mondiale diverso come dice Ray Dalio. E questo ha rischi e conseguenze precise e misurabili su chi ha obbligazioni europee in portafoglio. Il primo aspetto da capire è il meccanismo concreto attraverso cui la geopolitica impatta le obbligazioni del nostro amato continente. E attenzione perché confondersi è più facile del previsto, dato che questo meccanismo non è diretto ma passa per tre canali che adesso andremo ad analizzare insieme.

Il primo canale è la volatilità delle materie prime. L’Europa non ha accesso autonomo a energia, metalli strategici, terre rare. Dipende dall’estero per quasi tutto. Quando una tensione geopolitica colpisce una zona produttrice come è successo con l’Ucraina per il grano e il gas, all’Iran o come potrebbe succedere con Taiwan per i semiconduttori i prezzi dell’energia e delle materie prime esplodono in Europa più che altrove. Prezzi più alti significano più inflazione. Più inflazione significa che la BCE è costretta ad alzare i tassi, o a tenerli alti più a lungo. E quando i tassi salgono, i prezzi delle obbligazioni scendono. È la legge matematica che abbiamo visto all’opera nel 2022, quando il BTP decennale ha perso il 25% del suo valore nominale in dodici mesi.

Il secondo canale è la frammentazione del commercio globale. Stiamo assistendo a una rimodulazione massiccia delle catene del valore reshoring, dazi, produzioni spostate per ridurre le dipendenze con paesi rivali. Questo è costoso. Aumenta i costi produttivi, rallenta la crescita economica. Un’economia europea che cresce meno produce meno entrate fiscali. Meno entrate fiscali significa più pressione sui bilanci pubblici già fragili e più emissioni di titoli di stato per coprire il deficit. Più offerta di obbligazioni sul mercato tende a spingere i rendimenti verso l’alto.

Il terzo canale è la spesa per la difesa. La Germania ha modificato la propria Costituzione a marzo 2025 per rimuovere il freno al debito e finanziare il riarmo. L’Europa nel suo complesso si è impegnata a portare la spesa militare al 3,5% del PIL. Passare dall’1,5% al 3,5% del PIL europeo significa centinaia di miliardi di nuovi titoli di stato emessi ogni anno sui mercati proprio per trovare i capitali per finanziarsi, capitali che però hanno un costo e dovranno essere ripagati. Più offerta di debito, a parità di domanda, significa rendimenti più alti e prezzi più bassi. Per chi ha già obbligazioni in portafoglio, questo è primo segnale di pericolo.

Una volta capiti quelli che sono i meccanismi che si celano tra geopolitica e obbligazionario c’è un secondo aspetto da capire: perché questi meccanismi colpiscono l’Europa più duramente degli altri blocchi economici. La prima fragilità è tecnologica. L’Europa non ha creato campioni tecnologici globali. Non esiste un equivalente europeo di Apple, Google, Microsoft o delle grandi piattaforme cinesi. Negli ultimi 15 anni la crescita del PIL europeo è stata la metà di quella americana. Non è una coincidenza è il sintomo di un’economia che non è riuscita, se non in parte, a catturare il valore della rivoluzione digitale.

Questo conta per le obbligazioni perché la capacità di uno stato di ripagare il debito dipende dalla crescita economica. Un’Europa che cresce meno degli USA e della Cina è un’Europa in cui il peso relativo del debito aumenta nel tempo, anche senza farne di nuovo. La seconda fragilità è energetica. Il costo dell’energia industriale in Europa è praticamente il doppio rispetto a Stati Uniti, Cina e Russia. Ogni tensione in Medio Oriente, ogni mossa della Russia, ogni decisione dell’OPEC si trasmette immediatamente ai costi delle imprese europee con un’intensità che non ha confronti nelle altre grandi economie. Questa non è una condizione temporanea — è strutturale.

La terza fragilità è demografica. Dal 2010 in Europa il numero di persone in età lavorativa ha iniziato a calare. Il numero di anziani cresce. Il numero di bambini diminuisce. Sappiamo già oggi che ci saranno sempre meno lavoratori a sostenere il sistema pensionistico e di welfare. Questa non è un’ipotesi è una certezza demografica misurabile con vent’anni di anticipo. Tra l’altro di questo tema ne abbiamo parlato in un video in cui spieghiamo come, il sistema pensionistico Italiano, sta rallentando l’economia del nostro paese.

Il risultato concreto per chi ha obbligazioni europee: rendimenti reali compressi, spread che reagiscono in modo amplificato a ogni shock esterno, e una BCE che si trova costantemente in una posizione difficile. Pressione per abbassare i tassi e sostenere l’economia, da un lato. Rischio inflazionistico persistente dall’altro. Una BCE che non può muoversi liberamente è una BCE che lascia i tassi alti più a lungo di quanto i mercati si aspettino. Il terzo aspetto che dobbiamo affrontare è pratico: cosa fare concretamente in questo quadro così complesso…

La risposta non è uscire dalle obbligazioni europee e condannare o osannare uno strumento in tutto e per tutto. Ma è di smettere di costruire il proprio portafoglio con quote di obbligazioni prive di senso, rincorrendo ogni emissione del BTP Valore come se vivessimo ancora nel 2015 quando la geopolitica era rumore di fondo e la BCE teneva i tassi praticamente a zero senza conseguenze. Prima di strutturare un portafoglio di investimento e di comprare obbligazioni, cerca di seguire questi tre criteri concreti:

Primo: diversificazione geografica reale. In un contesto di rischio strutturalmente elevato, gli spread possono muoversi rapidamente. Ad agosto 2024 lo spread BTP-Bund è passato da 130 a 150 punti base in pochi giorni e i BTP a 10 anni hanno perso il 3-4% in una settimana. Chi aveva concentrato tutto sui titoli italiani ha subito quella perdita per intero. Chi aveva distribuito su Germania, Francia e obbligazioni extra-euro ha ammortizzato lo shock. Su €200.000 di portafoglio obbligazionario, quattro punti percentuali sono €8.000 di differenza in sette giorni. Cerchiamo di controllare REALMENTE quanto deteniamo in portafoglio in titoli italiani. Il resto dev’essere distribuito su emittenti con debiti più sostenibili e banche meno esposte ai propri titoli di stato.

Secondo: duration sotto controllo. Le obbligazioni a lunga scadenza amplificano ogni movimento dei tassi. Con una BCE che non può abbassare i tassi liberamente per via dell’inflazione strutturale legata alla geopolitica, la volatilità resterà elevata. Mantenere la duration media sotto i 5 anni riduce drasticamente questa amplificazione. Non significa rinunciare al rendimento — significa non essere esposti a movimenti che non dipendono dall’economia italiana ma da tensioni che si sviluppano a Mosca, Pechino o Washington.

Terzo: protezione dall’inflazione. I titoli indicizzati all’inflazione pagano un rendimento che si adegua automaticamente quando i prezzi salgono. In un contesto in cui le tensioni geopolitiche mantengono pressioni inflazionistiche persistenti, una quota del 20-25% del portafoglio obbligazionario su indicizzati non è speculazione. È copertura razionale contro esattamente il rischio strutturale che abbiamo descritto.

Ora, se hai BTP, fondi obbligazionari o titoli di stato europei in portafoglio e vuoi capire se la struttura attuale è adeguata a questo contesto di altissima incertezza globale trovi il link qui sotto per parlare direttamente con noi. Analizziamo l’esposizione geografica, la duration media e la protezione dall’inflazione del tuo portafoglio, e costruiamo insieme gli aggiustamenti necessari. È gratuito e senza impegno. La questione è che ora sai come la geopolitica sta cambiando il mercato obbligazionario europeo ma hai ancora da capire come sfruttare queste dinamiche anche fiscalmente.

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